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Volume 1Usare l'IA da terminale
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Capitolo 6

Il secondo progetto: quando l'errore non si vede

Un nome sbagliato si vede, un numero sbagliato no. Come si controlla un risultato che non si può guardare, e come si tende la rete per tornare sempre indietro.

Il totale che sembra giusto

Riprendiamo la cartella del capitolo scorso, quella delle ricevute, adesso che è in ordine.

E chiediamo la cosa che viene naturale chiedere dopo: non spostare più i file, ma leggerci dentro. Voglio una tabella con le spese dell’anno, una riga per documento: la data, chi ho pagato, quanto.

Torna in un minuto. La tabella c’è, si apre nel foglio di calcolo, le colonne sono al loro posto, le date sono in ordine. In fondo, il totale: 4.812 euro.

E adesso la domanda, che è tutto il capitolo: è giusto?

Nel capitolo scorso questa domanda aveva una risposta in trenta secondi. Aprivi la cartella e guardavi. I nomi si leggevano o non si leggevano, le sottocartelle c’erano o non c’erano, i file erano centoquaranta o erano centotrentotto. L’errore, quando c’era, si vedeva.

Un numero no. Un numero sbagliato ha esattamente lo stesso aspetto di un numero giusto. 4.812 euro è una cifra plausibile: lo sarebbe anche 3.578, lo sarebbe anche 6.140. Non c’è niente, nella tabella, che ti dica quale delle tre stai guardando.

È lo stesso lavoro di ieri con dentro una trappola nuova, ed è esattamente per questo che è il secondo progetto e non il primo. Le sei mosse del capitolo scorso valgono tutte, senza cambiare una virgola. Ma una di quelle sei, la quinta, quella del controllo, qui non funziona più come funzionava, e va rifatta.

Cosa ti porti a casa da questo capitolo

  1. cosa cambia quando il lavoro non sposta le cose ma le interpreta;
  2. l’istruzione più importante che scriverai mai, e sono quattro parole;
  3. come si controlla un risultato che non si può guardare;
  4. come si tende la rete di sicurezza che rende delegabile tutto il resto.

Ti serve la cartella del capitolo scorso, con dentro il suo istruzioni.txt. Se il tuo lavoro era un altro, va benissimo: serve solo che adesso ci sia qualcosa da leggere dentro i file, e non soltanto da spostare.


Il salto: da spostare a interpretare

Vale la pena guardare da vicino cos’è cambiato, perché sono tre cose e valgono per una categoria intera di lavori.

Prima: nel capitolo scorso i tuoi documenti non sono mai stati aperti davvero. Sono stati guardati da fuori, spostati, rinominati. Adesso qualcuno entra dentro, legge una riga scritta in italiano da un ufficio che non conosci, e decide che quella è la data del documento e quello è l’importo. Non è più un trasporto: è un’interpretazione. E dove c’è interpretazione c’è il buco del capitolo 3, quello che se non lo riempi tu lo riempie lei.

Poi: il risultato non assomiglia più alla materia prima. Prima avevi centoquaranta file e alla fine centoquaranta file, e potevi contarli. Adesso hai centoquaranta documenti da una parte e una tabella dall’altra, che è una cosa diversa da quella di partenza. Non c’è più niente da confrontare a occhio.

E infine: l’errore non fa rumore. Un file rinominato male ti salta in faccia appena apri la cartella. Un importo letto male sta lì zitto in mezzo ad altre centotrentanove righe che sono giuste, e ci resta finché non lo cerchi apposta.

Ti ricordi il criterio del capitolo 4, quello che pesava più di tutti? I lavori buoni da dare in mano a un’IA sono quelli in cui è la realtà a dire se è andata bene. Un lavoro come questo sta esattamente sul confine: la realtà avrebbe molto da dire, perché quei numeri sono scritti nero su bianco dentro i documenti, solo che non te lo dice da sola. Bisogna costruirsi il modo di chiederglielo.

È tutto qui il capitolo. Non impareremo a fidarci di più: impareremo a costruire un risultato che si può controllare anche quando non si può guardare.


Preparare il campo, di nuovo

La cartella c’è già, la copia degli originali pure, il foglio di istruzioni anche. Non si ricomincia da capo: si aggiunge un pezzo.

La sezione che descrive i dati

Nel capitolo scorso il foglio spiegava come chiamare i file. Adesso deve spiegare cosa sono le cose scritte dentro, e sono tutte informazioni che per te sono ovvie da vent’anni. Le ovvietà, ormai lo sai, sono precisamente quelle che non arrivano dall’altra parte.

Come si leggono gli importi
Gli importi sono in euro, scritti all'italiana: il punto separa le
migliaia e la virgola i decimali. 1.234,56 vuol dire milleduecento-
trentaquattro euro e cinquantasei centesimi.
Voglio il totale del documento, quello che ho pagato davvero: non
l'imponibile, non la sola IVA.

Cosa voglio nella tabella
Una riga per documento, con queste colonne nell'ordine:
data, fornitore, categoria, importo, file di origine, da controllare.

Se una cosa non si capisce
Non inventare e non dedurre. Lascia la casella vuota, scrivi "sì" nella
colonna "da controllare" e vai avanti.

Guarda l’ultimo blocco, perché è il pezzo di tutto il libro che ti conviene portarti via anche se dimentichi il resto.

Quattro parole: non lo so

Un modello di linguaggio, l’abbiamo detto nel capitolo 3, produce la continuazione più plausibile. Non ha un posto in cui accendersi una spia quando non sa: dove manca un’informazione, ne mette una verosimile. Su una data illeggibile, mette una data ragionevole. Su un importo mezzo coperto da un timbro, mette un numero che ci sta.

Non è malafede ed è inutile arrabbiarsi: è come funziona. Quello che puoi fare è darle un posto dove mettere il non lo so. Una colonna, una sezione in fondo, una riga di elenco: qualunque cosa, purché esista.

È la differenza tra una tabella con centoquaranta righe di cui non sai niente e una tabella con centotrentuno righe buone e nove da guardare. La seconda vale infinitamente di più, e non perché è più precisa: perché ti dice dove guardare.

Il valore non è nella percentuale di righe giuste. È nel sapere quali sono quelle sbagliate.

La colonna che sembra inutile

Nell’elenco delle colonne ce n’è una che a prima vista è ingombrante: file di origine. Ogni riga della tabella deve dire da quale documento è stata tirata fuori.

Sembra ridondante, e invece è quella che rende possibile tutto il resto del capitolo. Senza, quando trovi un numero strano hai solo un numero strano e centoquaranta PDF da riaprire. Con, hai un numero strano e il documento che lo smentisce, a un clic.

Questa cosa ha un nome nel mestiere di chi lavora con i dati e vale la pena saperlo: si chiama tracciabilità. In italiano corrente: ogni risultato deve saper dire da dove viene.

La stessa cartella della figura precedente, adesso divisa in due metà nello stesso stile: a sinistra i documenti impilati, a destra la tabella con le sue colonne. Da una riga della tabella parte una freccia corallo che torna indietro fino a un documento preciso della pila, e su quel documento è cerchiata la cifra. Sotto la tabella, due righe evidenziate in oro con la colonna “da controllare” piena.
Figura 6.1

Chiedere, e dire come si controlla

La consegna è quella del capitolo scorso, con gli stessi cinque pezzi: cosa voglio, dove sono le cose, come deve venire, come verificherò, cosa non deve succedere. Non li rispiego.

Cambia il quarto, quello della verifica, e cambia parecchio. Nel capitolo scorso era una frase (“apro la cartella e vedo i file con la data davanti”). Qui la verifica diventa una cosa che chiedi dentro la consegna:

Insieme alla tabella voglio tre numeri in fondo: quanti documenti hai letto, quante righe hai scritto, quante righe hanno la colonna “da controllare” piena. E la somma degli importi.

Sono quattro numeri che costano niente a lei e valgono un pomeriggio a te. Perché il primo confronto lo fai lì, prima ancora di aprire il foglio di calcolo: se ha letto centoquaranta documenti e ha scritto centoventisei righe, qualcosa è successo alle altre quattordici, e vuoi sapere cosa prima di guardare il totale.

La mia, per intero, perché tu veda com’è fatta quando è finita:

Nella cartella /Users/gianclaudio/Lavoro/ricevute-2026 ci sono le ricevute già ordinate, e c’è istruzioni.txt: leggilo prima di cominciare, le regole per gli importi e per le colonne sono lì. Voglio un file riepilogo.csv nella stessa cartella, con una riga per documento e le colonne indicate nelle istruzioni. Non modificare e non spostare i PDF: si legge soltanto. Quando non riesci a leggere un dato, lascia vuoto e segna “sì” nella colonna “da controllare”. Non dedurlo da altro. In fondo alla risposta scrivimi: documenti letti, righe scritte, righe da controllare, somma degli importi. Prima di cominciare dimmi cosa hai capito e le tre cose che stai dando per scontate.

Una nota sul formato, che è l’unica parola tecnica del capitolo. Ho chiesto un file .csv: è un file di testo dove i valori di una riga sono separati da una virgola o da un punto e virgola, e il foglio di calcolo lo apre come una tabella. Lo preferisco a un file di Excel per un motivo che ormai riconosci: lo puoi aprire e leggere con gli occhi, anche senza il programma giusto. È materiale trasparente, e le cose trasparenti si controllano meglio.


Controllare quello che non si vede

È arrivata la tabella. Adesso i controlli, e sono quattro. Il primo lo hai già fatto leggendo i conteggi. Restano tre, e insieme costano cinque minuti.

Gli estremi. Ordina la tabella per importo e guarda le due punte: la riga più grande e la riga più piccola. È il controllo che rende di più in assoluto, perché gli errori di lettura quasi mai producono numeri di mezzo: producono mostri. Una bolletta da 12.400 euro, un abbonamento da 1 euro e 23. Se le due punte sono plausibili, il grosso della tabella lo è quasi sempre.

L’ordine di grandezza. Guarda il totale e chiediti se somiglia a quello che sai della tua vita. Non serve saperlo con precisione, altrimenti non staresti facendo questa tabella: serve sapere che non spendi ottantamila euro l’anno di bollette. È un controllo che sembra grossolano e invece intercetta le catastrofi, che sono le uniche che contano davvero.

Tre righe con il documento aperto accanto. Prendi tre righe a caso, guarda la colonna del file di origine, apri quei tre documenti e confronta i numeri uno per uno. Ecco a cosa serviva la colonna che sembrava ingombrante: senza, questo controllo dura mezz’ora e quindi non lo fai.

E poi la riga delle sospese, che non è un controllo ma un lavoro: le nove righe con “da controllare” pieno le sistemi tu, a mano, in dieci minuti. Fanno parte del risultato, non sono un fallimento.

Quando non va

E adesso la parte onesta, come nel capitolo scorso: il mio primo tentativo era sbagliato.

Conteggi giusti, centoquaranta e centoquaranta, sette righe da controllare, e la tabella aveva un’ottima aria. Il totale però era basso, e me ne sono accorto solo per il secondo controllo, quello dell’ordine di grandezza: quel numero non somigliava al mio anno.

L’ho scoperto agli estremi. La riga più piccola era una fattura da 1 euro e 23, e la fattura vera, aperta, diceva 1.234,56 euro.

Guarda cos’è successo, perché è bellissimo e capiterà anche a te. Il punto delle migliaia, che per noi è un separatore, in mezzo mondo è la virgola dei decimali. Ha letto 1.234,56 come “uno virgola ventitré”, nel modo più ragionevole possibile, e lo ha fatto solo con i documenti di due fornitori su venti: quelli che scrivevano le cifre in quel formato lì. Le altre centotrentotto righe erano perfette.

Non ha disobbedito: nel foglio di istruzioni, la prima volta, la riga sul formato degli importi non c’era. È di nuovo l’errore di tipo 2 del capitolo 3, il buco riempito in modo plausibile, e nei lavori sui dati è talmente frequente da valere la regola: se un formato è ambiguo, dichiaralo prima. Le date sono la stessa storia, e in peggio: 03/04/2026 sono due giorni diversi a seconda di chi l’ha scritto.

La correzione, ormai lo sai, non si fa alzando la voce nella conversazione. Si fa aggiungendo la riga nel foglio di istruzioni, dove resta anche a marzo prossimo. È quella che hai già letto qualche pagina fa: l’ho messa lì perché è nata così.


La rete di sicurezza

Ultima cosa, ed è quella che tra tutte cambia di più il modo in cui lavorerai d’ora in poi.

C’è un momento preciso in cui smetti di divertirti: quando la cosa comincia a funzionare. Da lì in poi ogni modifica è un rischio, tocchi una riga e hai paura di rompere quello che va, e la paura di rompere è il motivo per cui la gente lascia le cose a metà. Vale per una cartella di lavoro come per qualunque altra cosa: la tua tabella adesso è buona, e la prossima volta che ci metti le mani hai qualcosa da perdere.

La soluzione ha quarant’anni ed è talmente utile che i programmatori non scrivono più una riga senza. Si chiama controllo di versione, e lo strumento che usano tutti si chiama git.

Detto senza gergo: è una macchina fotografica per cartelle. Ogni volta che le cose stanno bene, scatti una foto. La cartella continua a essere una cartella normale, ma da qualche parte lì dentro c’è la fila di tutte le foto che hai scattato, con la data e una riga di descrizione.

Da cui tre poteri che non hai mai avuto:

  • torni indietro. Hai fatto un pasticcio? Ripristini l’ultima foto in cui andava tutto bene. Non “annulla” quattro volte sperando: proprio la cartella com’era martedì alle sei;
  • vedi cosa è cambiato. Riga per riga, tra ieri e oggi. Quando qualcosa smette di funzionare, la prima domanda utile è sempre “cosa ho toccato?”, e qui c’è scritto;
  • la porti altrove. La stessa cartella, con tutta la sua storia, su un altro computer o su un servizio online.

Il secondo potere, in un lavoro come quello di oggi, è più prezioso di quanto sembri: ti permette di confrontare la tabella di adesso con quella di prima e vedere quali righe sono cambiate dopo una correzione. Che è l’unico modo serio di sapere se una modifica ha sistemato tre casi o ne ha rotti trenta.

E qui si chiude il cerchio

Adesso metti insieme questa cosa con il capitolo 4, perché è il punto d’arrivo di tutto il libro.

Ti ricordi le tre domande per decidere quanta corda dare? La prima era: se sbaglia, si torna indietro?

Una cartella con le sue fotografie risponde sì. Sempre. Per qualunque modifica.

Ecco perché i programmatori lasciano lavorare le IA sul proprio materiale con una tranquillità che a te sembrerà incosciente: non è fiducia, è che ogni singola cosa che quella macchina tocca è annullabile in tre secondi. La rete di sicurezza è tesa prima, e quindi il volo si può fare.

Il cinturone prima della corsa. Non è git a essere interessante. È che il lavoro reversibile si può delegare, e quello irreversibile no. Tutto il resto viene di conseguenza.

È anche il motivo per cui l’ordine di questo libro era quello: prima capire dove sono le cose, poi come si dicono, poi chi le fa, poi come si controlla che siano fatte bene, e infine come si torna indietro. Da qui in avanti puoi alzare la manopola sul serio, ed è letteralmente questo che vuol dire: rifare il lavoro di oggi lasciandola andare da sola, sapendo che la peggiore cosa che può succedere costa un comando e trenta secondi.


Quando non c’è niente da contare

Un ultimo gradino, e poi chiudiamo. Lo metto qui perché è quello su cui passerai più tempo di quanto immagini, e perché è l’unico di tutto il libro dove non ti posso dare un controllo da fare.

Ci sono lavori dove non c’è niente da contare. Chiedi un parere su una lettera che hai scritto, ti fai spiegare una cosa che non hai mai studiato, provi a capire perché una decisione che stai prendendo non ti convince. Non tornano indietro righe e importi: torna indietro un giudizio. E il capitolo 4 lo aveva già detto in una riga, mettendolo da parte: dove non c’è una prova, il lavoro di verifica resta tutto sulle tue spalle.

Adesso lo riprendiamo, perché è lì che finirai, ed è meglio arrivarci sapendo cosa guardare.

Le materie non sono divise

La prima cosa che noterai è che questa macchina passa da un foglio di calcolo a una discussione su una cosa che hai scritto senza accorgersi di aver cambiato mestiere. Non è bravura, ed è meglio non prenderla per tale: è che per lei non erano due mestieri. I nomi dei file, gli importi delle bollette e una pagina che ti sta a cuore sono la stessa materia, cioè lingua e procedure, e le separazioni tra le materie stanno negli ordini professionali, nei programmi di studio e nella soggezione che ti fa dire che tu quella cosa lì non la sai. Non stanno nelle cose.

Da cui la parte buona, che è più grossa di quanto sembri: non ti chiede mai le credenziali. Non ti domanda chi sei tu per parlare di una materia che non hai studiato. Per molti, e forse anche per te, quella domanda lì è stata la barriera vera, molto più della difficoltà.

E da cui la parte da tenere d’occhio, che è la stessa cosa vista da dietro. Una disciplina non è soltanto un recinto: è anche un magazzino di obiezioni accumulate in cent’anni. Una persona che quel mestiere lo fa, davanti a un accostamento comodo, ti dice di no, e quel no è la parte che ti fa crescere. Qui il no non c’è di serie. La fusione riesce sempre, e per questo bisogna diffidarne: il risultato tipico è una cosa plausibile in tutti e due i campi e buona in nessuno.

Un giudizio sbagliato ha l’aria di un giudizio giusto

Ti racconto come me ne sono accorto io, perché è la stessa storia degli importi letti male, un piano più in su.

Le ho fatto leggere una cosa mia, di quelle a cui tengo. È tornata una lettura sicura, ben scritta, con dentro un rilievo preciso: un passaggio che secondo lei non funzionava. Solo che quel passaggio era voluto, e faceva parte di un disegno che si vede soltanto guardando altre cose che ho scritto in vent’anni e che lei non aveva davanti.

Non aveva mentito. Aveva sul tavolo un pezzo solo, ha incontrato un buco e lo ha riempito nel modo più plausibile: è l’errore di tipo 2 del capitolo 3, quello di sempre. La differenza è cosa produce. Sulle ricevute produce una riga da correggere. Qui, se io quella lettura l’avessi presa per buona, avrebbe prodotto un’idea sbagliata su una cosa mia, e me la sarei portata dietro.

Da qui la regola di questa categoria di lavori, ed è secca:

In un lavoro che torna indietro come giudizio, la verifica sei tu. Non c’è una cartella da aprire: c’è quello che sai del tuo materiale.

Che ha un rovescio da guardare in faccia. Su una materia in cui sei competente, questa cosa è un interlocutore straordinario, perché le sue obiezioni le sai pesare. Su una materia in cui non sai niente, la conversazione ha esattamente lo stesso aspetto: stessa scorrevolezza, stessa sicurezza, stessa aria di cosa sensata. Solo che non hai nessun modo di accorgerti. Non è un motivo per non usarla, è un motivo per sapere sempre in quale delle due situazioni ti trovi.

Perché non è un amico

Si dice spesso che non bisogna trattarla come un’amica, ed è vero, ma il motivo di solito viene detto male. Non è che sia finta. È che non rischia niente.

Quando una persona ti dice che una cosa che hai fatto è debole, ci mette del suo: l’imbarazzo, la relazione, il fatto che dovrà rivederti domani. È quel rischio che rende informativo il suo giudizio. Qui non c’è: non si annoia, non ha un gusto che difende negli anni, non ti deve niente e domani non si ricorda di te. Può contraddirti, e lo fa, ma è un comportamento, non una garanzia.

Il che la rende comunque utilissima, purché tu sappia per cosa: è una pietra per affilare, non un giudice. Ci passi sopra la lama e senti se taglia. Quanto è buona la lama lo decidi tu, o lo decide qualcuno che rischia qualcosa dicendotelo.

Una cosa piccola, per finire

Un esempio minuscolo, e vero.

Da qualche tempo tengo le poesie che scrivo dentro una cartella versionata. Quella del capitolo, la macchina fotografica: niente di più. Non è una cosa da programmatori applicata alla poesia per vezzo. Serve a un fatto pratico che chi scrive conosce bene, cioè che a un certo punto un testo comincia a funzionare e da lì in poi non lo tocchi più, perché rovinarlo costa troppo.

Con le fotografie della cartella, rovinarlo costa zero. Riscrivi il verso che non ti convince, guardi come sta, e se era meglio prima torni a prima. Non ho imparato niente di nuovo sulla poesia. Ho smesso di avere paura di una versione peggiore, che è una cosa diversa, ed è tutto quello che serviva.

È lo stesso gesto delle ricevute, sullo stesso computer, con dentro una cosa che non somiglia per niente a una ricevuta. Le materie, appunto, non erano divise.


Il quadernino

  • interpretare: leggere dentro un documento e ricavarne un dato, che è un lavoro diverso dallo spostarlo
  • tracciabilità: la regola per cui ogni riga di un risultato dice da quale documento viene
  • “da controllare”: il posto dove l’IA mette quello che non ha capito, invece di inventarlo
  • CSV: un file di testo che il foglio di calcolo apre come tabella, e che puoi leggere anche a occhio
  • numeri di controllo: quanti ne ho letti, quanti ne ho scritti, quanti in sospeso, quanto fa la somma
  • gli estremi: il controllo che guarda la riga più grande e la più piccola, dove gli errori si nascondono
  • controllo di versione (git): la macchina fotografica della cartella

Dove andiamo adesso

Due progetti, e vale la pena guardare cos’è cambiato tra il primo e il secondo, perché è la stessa cosa che cambierà ancora.

Nel primo il risultato si controllava guardando: aprivi la cartella e sapevi. Nel secondo no, e il controllo hai dovuto costruirtelo — i conteggi, gli estremi, la colonna che dice da quale documento viene ogni riga. Non è cambiato il lavoro. È cambiata la distanza tra te e la prova che era andata bene.

Il prossimo passo la allunga ancora, e in una direzione nuova.

Perché in tutti e due questi progetti il materiale era tuo e stava in casa tua. I documenti erano i tuoi, nella tua cartella, e quando un numero non tornava potevi riaprire quello da cui veniva: era lì, fermo, uguale a ieri.

Nel capitolo che viene il materiale non ce l’hai. Sta sui siti di qualcun altro, dentro il recinto non entra da solo, e soprattutto cambia mentre lo guardi: un prezzo è vero finché non lo cambiano, e non ti avvisa nessuno. Un’analisi fatta a marzo e riletta a luglio ha esattamente lo stesso aspetto di una fatta ieri, ed è di nuovo la faccenda del numero sbagliato, un piano più in su.

E poi c’è l’altra metà, che riprende esattamente il gradino su cui ci siamo appena fermati. Quel lavoro lì torna indietro come giudizio, e stavolta il giudizio non resta in testa a te: finisce dentro un documento che leggerà qualcun altro, che ci prenderà una decisione, e che fra sei mesi qualcuno citerà senza ricordarsi com’era stato costruito.

Le due cose insieme chiedono di imparare una cosa sola, ed è quella che tiene in piedi le altre: il modo di sapere sempre cosa hai guardato, e quando.

Prima però c’è una cosa più utile da fare, e la sai già fare: prendi la seconda noia della tua lista del capitolo 1, quella che non abbiamo ancora toccato, e falla. Le sei mosse valgono identiche, e adesso hai anche la rete.