Capitolo 5
Il primo progetto
Un pomeriggio, e da domani non lo fai più. Scegliere il lavoro giusto, preparare il campo, chiedere come si chiede a un collega, e guardare il risultato con gli occhi.
Un pomeriggio, e da domani non lo fai più
Adesso costruiamo qualcosa. Una cosa piccola, tua, e vera.
Ti avviso subito su cosa non sarà, così non ci perdiamo: non sarà un prodotto, non lo userà nessun altro, non lo venderai. Sarà una di quelle cose di cui parlavamo nel capitolo 1, quelle che nessuno metterà mai sul mercato perché servono a te e ad altre quattro persone al mondo. Ed è esattamente il motivo per cui funziona in un pomeriggio.
Faremo il lavoro due volte. La prima con le tue mani: l’IA scrive, tu leggi, tu esegui, tu controlli. La seconda alzando la manopola, cioè lasciando che sia lei a fare, se hai in mano uno strumento che può farlo.
Non è un giro di riscaldamento inutile. È l’unico modo di arrivare al secondo giro sapendo cosa stai guardando: se non hai mai fatto una cosa, non puoi accorgerti che è stata fatta male.
Cosa ti porti a casa da questo capitolo
- come si sceglie un lavoro che vale la pena affidare, e come si riconosce quello che non lo vale;
- come si prepara il campo prima di cominciare, che è la metà del risultato;
- come si chiede, in un modo che puoi riusare per sempre;
- come si guarda quello che è tornato indietro, e cosa si fa quando non va.
Ti serve la lista delle tre noie ripetitive che hai scritto alla fine del capitolo 1, e quella con la verifica più facile che hai scelto alla fine del capitolo 4. Se non le hai, fermati cinque minuti e fatti quelle due liste adesso: senza un problema tuo, questo capitolo diventa una lettura.
Scegliere il lavoro
Non tutti i lavori sono buoni da affidare, e sbagliare qui rovina tutto il resto. Quattro requisiti, e devono esserci tutti e quattro.
È noioso e si ripete. Non una cosa che farai una volta sola: una che fai ogni settimana o ogni mese. Il guadagno non è il pomeriggio di oggi, sono i dodici mesi che vengono dopo.
La realtà dice se è andata bene. Lo abbiamo visto nel capitolo scorso, ed è il requisito che pesa di più. Devi poter aprire una cartella, contare dei file, guardare un elenco e sapere in trenta secondi se è a posto.
Si torna indietro. Se qualcosa va storto, si rimedia. Su questo non transigiamo, e tra due paragrafi vedremo come renderlo vero anche quando non lo è di suo.
Sai farlo a mano. Non “sai come si programma”, ma sai cosa vuol dire fatto bene, perché lo hai fatto cento volte tu. Se non lo sai fare, non stai delegando: stai sperando.
Il lavoro che prendo come esempio, e che seguiremo per tutto il capitolo, è questo:
Ho una cartella dove finiscono le ricevute e le fatture che scarico: bollette, spese mediche, abbonamenti. Si chiamano tutte cose come
documento(3).pdf,Scan_2026_0412.pdf,fattura ok DEFINITIVA.pdf. Ogni volta che mi serve qualcosa le apro una per una. A marzo, quando devo dare tutto al commercialista, ci perdo un sabato. Le voglio rinominate con la data davanti e una descrizione leggibile, ordinate in sottocartelle per anno, e voglio un elenco riassuntivo che mi dica cosa c’è dentro.
Ha tutti e quattro i requisiti: si ripete, si verifica aprendo la cartella, e lo so fare a mano perché è quello che ho sempre fatto, solo lentamente.
Il tuo sarà un altro. Va bene qualsiasi cosa somigli a questa per forma: file sparsi da mettere in ordine, dati da un posto a un altro, controlli ripetuti sempre uguali.
Preparare il campo
Qui si decide più della metà del risultato, e ci vogliono dieci minuti.
Una cartella sola
Tutto quello che faremo succede dentro una cartella dedicata. Non nella Scrivania, non in Documenti insieme al resto: una cartella con un nome che dice cosa contiene, creata apposta.
È il recinto del capitolo scorso. Serve a due cose: fuori da lì non succede niente, e quando qualcosa va storto sai esattamente dove guardare.
La copia, e questo non è negoziabile
Gli originali non si toccano. Mai, e soprattutto non la prima volta.
Si copia il materiale dentro la cartella di lavoro e si lavora sulla copia. Se il primo tentativo fa un disastro, hai perso trenta secondi e li rifai. Se invece lavori sugli originali, il primo tentativo che va storto ti costa i documenti veri, e non c’è nessun comando che te li riporta indietro.
Ti serve una sola riga, ed è del capitolo 2: cp -r per copiare una cartella
con tutto il contenuto.
Questa abitudine è anche quella che ti permette di alzare la manopola senza ansia. Non stai delegando i tuoi documenti: stai delegando una copia dei tuoi documenti.
Il foglio di istruzioni
Adesso il pezzo che nel capitolo scorso avevi abbozzato in cinque righe. Lo riprendiamo e lo scriviamo per davvero, perché è il pezzo di impalcatura che costruisci tu, ed è quello che fa la differenza tra una richiesta che va a segno e tre giri di correzioni.
Un file di testo dentro la cartella, nella tua lingua, con dentro quello che diresti a una persona nuova il primo giorno di lavoro:
istruzioni.txt
Cosa c'è in questa cartella
Ricevute e fatture personali scaricate dai vari portali, in PDF.
Gli originali stanno altrove: qui è tutta roba copiata.
Come voglio che si chiamino i file
data-descrizione-importo.pdf, per esempio:
2026-03-14-enel-bolletta-luce-84euro.pdf
La data è quella del documento, NON quella in cui l'ho scaricato.
Tutto minuscolo, niente spazi, niente accenti.
Come voglio che siano organizzati
Una sottocartella per anno. Dentro, i file dell'anno.
Cosa non si tocca
Non si cancella niente. Se un file non si capisce, si lascia dov'è e si
segnala nell'elenco finale.Guardalo bene, perché ci sono dentro tre cose che valgono più di quanto sembrino.
C’è la regola scritta una volta invece che ripetuta a ogni richiesta: da adesso, per ottenere quel formato di nome, ti basta dire “segui le istruzioni nella cartella”.
C’è la cosa ovvia per te e invisibile per lei, cioè che la data deve essere quella del documento e non quella dello scaricamento. È esattamente il tipo di informazione che nel capitolo 3 abbiamo chiamato il buco: se non la scrivi, non te la chiede. La riempie da sola, in modo ragionevole e sbagliato.
E c’è il limite, cioè cosa non si tocca. Il limite scritto vale più di qualunque impostazione, perché resta lì anche quando tu ti dimentichi di ripeterlo.

Chiedere
Adesso la richiesta. E qui c’è da smontare un mito, perché in giro si vendono corsi su come si scrivono i prompt come se fosse una formula magica.
Non è una formula magica. È una consegna di lavoro, e le consegne di lavoro buone hanno sempre gli stessi cinque pezzi, che tu li dia a un umano o a una macchina.
- Cosa voglio ottenere
- Il risultato finale, in una o due frasi, dal punto di vista di chi lo userà.
- Dove sono le cose
- Il percorso della cartella. Per esteso, come nel capitolo 1.
- Come deve venire
- Il formato, le regole, gli esempi. Oppure il rimando al foglio di istruzioni, se ce l’hai già scritto.
- Come farò a verificare
- La frase che ti sei tenuto dall’esercizio di prima. Dirgliela cambia il modo in cui lavora, perché le dà un bersaglio invece che un’impressione.
- Cosa non deve succedere
- I limiti: cosa non si cancella, cosa non si tocca, dove non si esce.
Cinque righe. Dopo un mese non le scriverai più separate, ti verranno in due frasi, ed è così che deve andare: è una lista per imparare, non un modulo da compilare per sempre.
E poi una sesta riga, che non è parte della consegna ma dell’abitudine:
Prima di partire, dimmi cosa hai capito e cosa stai dando per scontato.
La conosci dal capitolo 3. Costa dieci secondi e ti mostra i buchi mentre sono ancora buchi, invece che dopo, quando sono diventati quattrocento file rinominati male.
La mia, per intero
Perché tu veda com’è fatta quando è finita:
Ho una cartella di ricevute e fatture in PDF, tutte con nomi inutili. Voglio ottenere due cose: i file rinominati e ordinati per anno, e un elenco riassuntivo che mi dica cosa c’è. I file sono in
/Users/gianclaudio/Lavoro/ricevute-2026. In quella cartella c’è un fileistruzioni.txt: leggilo prima di cominciare, le regole per i nomi sono lì. Verificherò così: apro la cartella e devo vedere i file con la data davanti e una descrizione leggibile, divisi in sottocartelle per anno, e il numero totale di file deve essere identico a prima. Non cancellare niente e non uscire da quella cartella. I file che non riesci a interpretare lasciali dove sono e mettili in fondo all’elenco, in una sezione “da guardare a mano”. Prima di cominciare dimmi cosa hai capito e le tre cose che stai dando per scontate.
Rileggila e nota una cosa: non c’è una sola parola tecnica. Non ho detto come farlo, ho detto cosa voglio e come lo riconoscerò. Il come è il suo mestiere.
Guardare
È partita, ha lavorato, ti dice che ha finito. Questa è la parte che quasi tutti saltano, ed è quella che separa chi lavora bene da chi si accorge dei disastri tre mesi dopo.
Prima con gli occhi. Apri la cartella. Guardala. Non stai cercando l’errore, stai guardando se ha l’aria giusta: i nomi si leggono, le date sono plausibili, le sottocartelle ci sono.
Poi con due comandi. Quelli del capitolo 2, che adesso cambiano mestiere: non servono più a fare il lavoro, servono a controllarlo. Conta i file prima e dopo: se erano centoquaranta e adesso sono centotrentotto, mancano due documenti e vuoi sapere quali. (Su Windows la forma per contare è quella del riquadro del capitolo 2.)
Poi a campione. Prendi tre file a caso e aprili. Il contenuto corrisponde al nome nuovo? La data nel nome è quella scritta sul documento?
Tre controlli, meno di due minuti. Da qui in avanti li farai senza pensarci.
Quando non va
E adesso la parte onesta, quella che nei corsi non si vede mai: il mio primo tentativo era sbagliato.
I file erano rinominati, ordinati, l’elenco c’era. Tutto bello. Solo che aprendone tre a campione, due avevano nel nome la data di marzo 2026, e sui documenti c’era scritto novembre 2025.
Guarda cos’è successo, perché è istruttivo. Nel foglio di istruzioni avevo scritto che la data doveva essere quella del documento. Ma per una parte dei PDF, quella data si legge solo dentro, nel testo. Lei ha fatto la cosa ragionevole: dove non riusciva a leggerla, ha usato quella del file. Che è la data di quando l’ho scaricato.
Non ha disobbedito. Ha incontrato un buco e lo ha riempito, esattamente come avevamo detto che avrebbe fatto. È l’errore di tipo 2 del capitolo 3, ed è il più frequente di tutti.
È anche, nota bene, la stessa trappola della riga con date -r del capitolo 2:
il comando corretto che fa un lavoro sbagliato. Allora te l’avevo indicata io.
Stavolta l’hai trovata tu, con tre file aperti a campione.
La correzione non è ripetere la richiesta più forte. È aggiungere il pezzo che mancava, e aggiungerlo nel posto giusto, cioè nel foglio di istruzioni:
Se la data non si legge dentro il documento, NON usare la data del file:
mettilo nella sezione "da guardare a mano" dell'elenco e lascia il nome
originale.Poi si rifà. Sulla copia, che è ancora lì.
E se dopo due tentativi il risultato continua a non essere quello, la regola è quella che sai: si smette di correggere, si apre una conversazione nuova e si riparte dal punto in cui le cose erano sane. Il problema non è più nella risposta, è nella richiesta.
Il secondo giro: alzare la manopola
Fin qui hai fatto tu. Lei ha scritto, tu hai eseguito e controllato: la manopola del capitolo scorso era sulla prima posizione.
Adesso, se hai a disposizione uno strumento che può agire sul tuo computer, rifacciamo la stessa identica cosa lasciando che sia lei a fare. Qualunque strumento sia: qui non cambia niente, ed è il motivo per cui abbiamo passato un capitolo a parlare di impalcature invece che di marche.
Cambia una cosa sola nella richiesta, e va detta esplicitamente:
Lavora dentro
/percorso/della/cartella-di-lavoroe non uscire da lì. Fammi vedere il piano prima di eseguirlo. Non cancellare nessun file.
Tre righe che sono, nell’ordine: il perimetro, il piano prima dell’esecuzione, il limite. Le riconosci tutte e tre.
Poi la guardi lavorare. E questa volta, a differenza della prima volta del capitolo scorso, sai leggere quello che scorre: quella riga sta guardando dentro una cartella, quella sta leggendo un file, quella sta spostando roba. Non è magia, sono i comandi che hai digitato tu mezz’ora fa.
I tre controlli finali sono gli stessi. Non si saltano perché ha fatto tutto lei: si fanno soprattutto perché ha fatto tutto lei.
Se non hai uno strumento agentico, non ti sei perso niente di essenziale: hai già il risultato, lo hai ottenuto con le tue mani, e il salto lo farai quando avrai voglia. La differenza tra i due giri è il tempo, non la comprensione.
Renderlo tuo per sempre
Il pomeriggio è finito, il lavoro è fatto. Manca il pezzo che trasforma una cosa fatta bene in una cosa che non rifarai mai più da zero, e sono cinque minuti.
Il foglio di istruzioni resta lì. Ormai contiene tutto quello che hai imparato oggi, compresi i due o tre buchi che sono saltati fuori strada facendo. Il mese prossimo non ricomincerai da capo: aprirai la cartella e dirai “stessa cosa dell’altra volta, questi sono i file nuovi”.
La richiesta si salva. In fondo al foglio di istruzioni, o in un file accanto. È la cosa che nel capitolo 3 avevamo anticipato: il valore non è nella conversazione, che sparisce, è in quello che ti sei scritto.
Il metodo si sposta. Ed è la parte che vale più del progetto stesso. Le sei mosse che hai fatto oggi non hanno niente a che vedere con le ricevute:
- scegli un lavoro che si ripete e che la realtà sa giudicare;
- prepara il campo e lavora su una copia;
- scrivi una volta le regole che valgono sempre;
- chiedi dicendo anche come verificherai;
- controlla con gli occhi, con un conteggio e a campione;
- quando sbaglia, aggiungi il pezzo mancante dove resta.
Funzionano identiche sul tuo prossimo problema, che sarà tutto un altro.
Dove andiamo adesso
Il lavoro di oggi aveva una qualità che non abbiamo mai nominato, e che gli rendeva la vita facile: si controllava guardando. Aprivi la cartella e sapevi.
Non tutti i lavori sono così, e il prossimo che faremo insieme non lo è. Nel capitolo che viene chiediamo di leggere dentro quei documenti e di tirarne fuori una tabella con delle cifre. Cambia tutto: un nome sbagliato si vede, un numero sbagliato ha lo stesso aspetto di un numero giusto e ti resta in casa per mesi.
È il secondo progetto, ed è più avanti di questo di un passo solo, ma è il passo che conta: si impara a costruire un risultato che si può controllare anche quando non si può guardare. E alla fine si tende la rete che rende delegabile tutto il resto, cioè il modo di tornare indietro da qualsiasi cosa.