Capitolo 4
Dall'IA generativa all'IA agentica
Non è diventata più intelligente: le hanno dato le mani. Cosa sono gli strumenti, cos'è l'impalcatura intorno al modello, e quanta corda dare.
La prima volta che la guardi lavorare
Succede più o meno così.
Le chiedi una cosa e lei non risponde. Cioè: non ti scrive la spiegazione di come si fa. Sullo schermo compare una riga che riconosci, perché è quella del capitolo 2: sta guardando cosa c’è in una cartella. Poi ne compare un’altra: sta leggendo un file. Poi scrive qualcosa, lo esegue, prende un errore, legge l’errore, cambia una riga e riprova. Funziona. Ti dice cosa ha fatto.
Nel frattempo tu sei rimasto lì con le mani ferme sulla tastiera.
È un momento che fa un certo effetto, e le due reazioni tipiche sono ugualmente sbagliate. La prima è l’incanto: fa tutto lei, non devo più capire niente. La seconda è la stretta allo stomaco: e se cancella qualcosa?
Le due reazioni hanno la stessa causa, cioè non sapere cosa sta succedendo davvero. E quello che sta succedendo davvero è più semplice di quanto sembri, perché non c’entra nessuna intelligenza nuova. La macchina che hai davanti è la stessa del capitolo scorso, con gli stessi limiti: non ricorda niente da ieri, vede solo quello che ha sul tavolo, e i buchi li riempie da sola.
È cambiata una cosa sola, ed è quella che questo capitolo va a smontare:
Non è diventata più intelligente. Le hanno dato le mani.
Cosa ti porti a casa da questo capitolo
- come ci si è arrivati, da un programma che completa frasi a uno che agisce;
- cosa sono gli strumenti, cioè le leve che le metti in mano, e perché il lavoro cambia natura quando c’è di mezzo la realtà;
- cos’è l’impalcatura che sta intorno al modello, e perché conta più del modello;
- quanta corda dare, quando, e come lavorare perché sbagliare costi poco.
Da questo capitolo in poi do per scontate le cose dei tre precedenti: percorsi, comandi di base, e il fatto che tu sappia com’è fatto il tuo interlocutore. Se qualcosa non ti torna, sono due minuti a ritroso.
Come ci siamo arrivati
Quattro passaggi, e per capire il quarto servono i primi tre. Li faccio brevi, perché non stiamo studiando storia dell’informatica: stiamo capendo perché la cosa che hai davanti si comporta così.
Prima: indovinare la parola dopo. Il punto di partenza lo conosci dal capitolo scorso. Un programma addestrato a prevedere la continuazione più plausibile di un testo. Utile come i completamenti del telefono, e sulle prime non sembrava granché.
Poi: rispondere invece di continuare. Lo stesso motore, addestrato in aggiunta a fare quello che gli chiedi invece di proseguire il tuo discorso. Se scrivi “spiegami come si cambia una gomma”, non completa la frase: risponde. È il momento in cui la cosa smette di essere un giocattolo per addetti e diventa la chat che conoscono tutti.
Poi: prendersi un momento prima di parlare. Ai modelli è stato insegnato a ragionare in silenzio prima di rispondere, provando strade e scartandole. Sui problemi difficili la differenza è grossa, e lo hai già visto nel quadernino del capitolo scorso.
Questa cosa ha un nome che vale la pena riconoscere, perché è dappertutto: catena di pensiero, in inglese chain of thought, abbreviato quasi sempre in CoT. Quando un programma ti mostra un pannello con scritto “ragionamento” o “thinking” e dentro ci sono i tentativi del modello, quella è la catena di pensiero resa visibile. Vale la pena aprirlo ogni tanto: è il posto dove si vede se ha capito la domanda o se ha capito un’altra cosa.
E infine: agire. Qui il salto. Fino a quel momento, qualunque cosa il modello producesse finiva in un unico posto: il tuo schermo. Poi qualcuno ha fatto una cosa concettualmente banale e praticamente enorme, cioè gli ha messo davanti delle leve. Non “dimmi il comando che dovrei dare”, ma “dallo, e guarda cosa succede”.
Il modello, dentro, è lo stesso. Le hanno cambiato l’ambiente.
Vale la pena fermarsi un secondo su questo, perché è il cuore di tutto il libro. Non è successo che una macchina è diventata capace di lavorare al posto tuo. È successo che una macchina capace di parlare è stata messa in una stanza dove ci sono le cose vere: i tuoi file, il tuo terminale, la rete. La differenza tra prima e dopo non sta dentro di lei, sta intorno a lei.
Una precisazione, perché la frase qui sotto non venga letta storta. Dire che l’IA agentica non è un modello più intelligente non vuol dire che i modelli stiano fermi: migliorano, e parecchio. Ogni versione ragiona un po’ meglio, sbaglia un po’ meno, tiene il filo di lavori più lunghi. Sono due assi diversi, e conviene tenerli separati proprio perché si moltiplicano fra loro: quanto è brava, e cosa le è permesso toccare. Un modello bravissimo senza strumenti resta uno che parla e basta. Uno strumento in mano a un modello più capace arriva più lontano, e sbaglia in modi meno prevedibili. Il salto di cui parla questo capitolo è il secondo asse, ma il primo continua a muoversi sotto, ed è il motivo per cui tra un anno le stesse pagine varranno per cose più grandi.
Le leve
Chiamiamo le cose con il loro nome, che poi sentirai ovunque. Le leve si chiamano strumenti (in inglese tools).
Uno strumento è un’azione che il modello può richiedere: leggere un file, scriverne uno, eseguire un comando nel terminale, cercare qualcosa in rete, mandare una richiesta a un servizio. Ogni strumento ha un nome, delle istruzioni per l’uso e dei limiti, esattamente come i comandi che hai imparato nel capitolo 2.
E qui c’è un dettaglio che conviene avere chiaro, perché spiega metà dei comportamenti che vedrai.
Il modello non tocca niente. Continua a fare l’unica cosa che sa fare, cioè
produrre testo. Solo che una parte di quel testo, adesso, è una richiesta:
voglio usare lo strumento “leggi file” sul percorso Documents/Fatture. È il
programma che le sta intorno a eseguire la richiesta, a prendere il risultato e
a rimetterglielo sul tavolo. Poi lei continua.
Da cui una conseguenza che ti risparmierà molte arrabbiature: la leva funziona sempre, è la mira che può sbagliare. Quando l’IA fa un disastro ordinato in una cartella che non era quella giusta, non si è rotto niente. Ha chiesto correttamente di aprire un cassetto, e il cassetto era il cassetto sbagliato. È l’errore di tipo 1 del capitolo scorso, la svista, e si cura guardando cosa le hai dato prima di guardare cosa ti ha reso.
Il giro
Con le leve in mano, il lavoro prende una forma che ha un ritmo riconoscibile:
guarda, decide, agisce, legge com’è andata, corregge. E daccapo, finché non ha finito o finché non si arrende.
Questo anello in inglese si chiama loop, e quando lo vedi scritto agentic loop è esattamente di questo che si sta parlando: non di una tecnologia diversa, ma del fatto che il giro si chiude da solo.

Quel quarto passo, “legge com’è andata”, è la differenza vera con la chat, ed è molto più importante di quanto sembri. In una conversazione normale la risposta finisce sul tuo schermo e il giudizio su quella risposta lo dai tu, con gli occhi. Qui la risposta finisce nel mondo, e il mondo risponde: il file c’è o non c’è, il comando ha funzionato o ha dato errore, la pagina si apre o resta bianca. Il riscontro non è un’opinione, è un fatto, e torna indietro da sola.
Ne esce il criterio più utile che ti porti via da questo capitolo, e che vale ogni volta che ti chiederai se una cosa conviene affidarla:
I lavori buoni da dare in mano a un’IA sono quelli in cui è la realtà a dire se è andata bene. Rinominare quattromila foto è un lavoro perfetto: apri la cartella e vedi. Sistemare un archivio, controllare che un sito risponda, estrarre gli importi da cento PDF e farne la somma: stessa cosa. Puoi controllare in dieci secondi. “Scrivimi un testo che emozioni i lettori” è l’opposto: nessuna prova, nessun errore visibile, solo un giudizio. Non è che non si possa fare, ma il lavoro di verifica resta tutto sulle tue spalle, e va messo in conto prima.
L’impalcatura
Adesso la domanda che quasi nessuno si fa, e che invece decide tutto.
Se il modello è lo stesso, perché due programmi che usano la stessa IA si comportano in modo così diverso? Perché uno chiede il permesso a ogni passo e l’altro parte in quarta, uno si ricorda le tue preferenze e l’altro ricomincia sempre da zero, uno sa aprire i tuoi file e l’altro no?
Perché intorno al modello c’è un programma, e quel programma non è un dettaglio tecnico: è la metà del comportamento che vedi. Si chiama impalcatura (in inglese harness, che vuol dire finimenti, la bardatura di un cavallo, e rende bene l’idea).
L’impalcatura decide cinque cose:
- quali leve esistono. Se non le hanno dato lo strumento per mandare mail, può volerlo quanto vuole: non manda mail;
- cosa le finisce sul tavolo. Quali file, quali pezzi di conversazione, quali istruzioni permanenti. È il contesto del capitolo scorso, e qualcuno decide cosa metterci;
- quando fermarsi a chiedere. Ogni azione, solo quelle rischiose, oppure mai;
- cosa sopravvive alla fine della sessione. Un file di appunti, delle preferenze, niente;
- dove può mettere le mani. Una cartella sola, tutto il disco, anche la rete.
Da qui viene la conseguenza pratica più utile del capitolo, e va contro tutto quello che leggerai in giro:
Quando scegli uno strumento agentico, stai scegliendo un’impalcatura più che un modello. I modelli di frontiera, l’hai visto, sono tutti bravi. Le impalcature no: sono fatte da persone diverse, con idee diverse su quanto fidarsi, e la differenza tra un pomeriggio produttivo e un pomeriggio buttato sta lì molto più spesso che nella classifica dei modelli.
La parte che costruisci tu
E adesso la cosa che rende questo capitolo diverso dagli altri.
Una porzione di quell’impalcatura non la fa il fornitore. La fai tu, e la stai già facendo da tre capitoli senza che te lo dicessi.
Le cartelle che hanno un nome che dice cosa contengono sono impalcatura. I file
che si chiamano report-2026-marzo.pdf invece di Report Marzo (definitivo) FINALE.pdf sono impalcatura. La cartella di lavoro dedicata, separata dal resto
della tua roba, è impalcatura. Sono tutte cose che riducono il numero di
domande che qualcuno deve farsi per lavorare lì dentro, e quel qualcuno adesso
non sei più solo tu.
C’è un modo di portare questa cosa alle sue conseguenze, ed è semplice al punto da sembrare una sciocchezza: un foglio di istruzioni dentro la cartella. Un file di testo, scritto nella tua lingua, con dentro quello che diresti a un collaboratore nuovo il primo giorno. Cosa c’è qui dentro. Come vanno nominate le cose. Dove si mettono i risultati. Cosa non si tocca mai.
Chi programma fa esattamente questo da un paio d’anni, con nomi in inglese e convenzioni sue. La versione per persone normali è quel foglio lì, e nel prossimo capitolo lo scriviamo davvero.
Quanta corda
Resta la domanda che ti sei fatto guardandola lavorare la prima volta: fin dove la lascio andare?
La risposta non è un sì o un no, ed è il secondo cambio di prospettiva del capitolo. L’autonomia è una manopola, non un interruttore. Le posizioni, dalla più stretta alla più larga, sono più o meno queste:
- proponi e basta: mi dici cosa faresti, lo faccio io;
- fai un passo alla volta, e chiedimi prima di ognuno;
- fai tutto il lavoro, ma fermati prima delle cose che non si disfano;
- fai e riferisci alla fine.
Non esiste una posizione giusta in assoluto. Esiste quella giusta per quel compito lì, e si sceglie con tre domande che diventano automatiche in fretta:
- Se sbaglia, si torna indietro? Rinominare file dentro una copia: sì, tranquillamente. Mandare una mail a un cliente: no, e non c’è modo di rimediare.
- Saprei accorgermene? Non “è capace di sbagliare”, ma “se sbagliasse, io me ne accorgerei?”. Se la risposta è no, la manopola resta bassa qualunque cosa prometta lo strumento.
- Quanto costa l’errore peggiore? Dieci minuti persi o un cliente perso sono due categorie diverse, e meritano due impostazioni diverse.
E una regola che vale più delle tre domande messe insieme: l’autonomia si alza per tipo di lavoro, non in generale, e si alza col tempo. Dopo che le hai fatto riordinare le ricevute quattro volte guardandola fare, alla quinta la lasci andare da sola su quello. Il che non vuol dire che la lascerai andare da sola sui contratti.
Il perimetro
L’altra metà è geografica, ed è la più facile da dimenticare: dove lavora.
Una cartella di lavoro dedicata è il recinto più semplice ed efficace che esista. Non perché l’IA sia pericolosa, ma per la ragione già detta nel capitolo 1: è velocissima, obbediente, e non ha la più pallida idea di quale sia, tra le tue cartelle, quella a cui tieni. Dentro un recinto, l’errore di mira diventa un inconveniente da trenta secondi.
Il nome inglese di questo recinto lo incontrerai spesso: sandbox, cioè la buca della sabbia dove i bambini giocano senza che nessuno si faccia male. Se un programma ti dice che sta lavorando in sandbox, ti sta dicendo dove finisce il perimetro.
Valgono qui, senza rispiegarle, le due parole del capitolo 2 che meritano
attenzione: rm, che cancella e non passa dal cestino, e sudo, che sospende
le protezioni. Quando le vedi comparire in una riga che sta per essere eseguita,
è il momento di leggere prima di dire sì. Non per sfiducia: perché una di quelle
due righe è l’unica categoria di errore, in tutto questo libro, che non si
disfa.
E le tre abitudini della fine del capitolo scorso restano esattamente com’erano. Copia, un passo alla volta, il piano prima dell’esecuzione. Non le ripeto: se non ti tornano, sono mezza pagina indietro.
Il quadernino
- agente (agent): un’IA che oltre a rispondere può agire
- strumento (tool): una singola azione che le è permessa, come leggere un file o eseguire un comando
- impalcatura (harness): il programma intorno al modello, che decide leve, contesto, permessi, memoria e quando fermarsi a chiedere
- il giro (loop, o agentic loop): guarda, decide, agisce, legge com’è andata, corregge
- perimetro (sandbox): dove le è consentito mettere le mani
- manopola dell’autonomia: quanta corda le dai su un certo compito
- foglio di istruzioni: quello che scrivi tu dentro la cartella, e che diventa parte dell’impalcatura
Dove andiamo adesso
Fin qui abbiamo montato tutto senza costruire niente. Sai com’è fatto il posto, sai chi è l’interlocutore, sai cosa vuol dire dargli le mani e sai quanta corda lasciargli.
Nel prossimo capitolo si lavora. Prendiamo una delle noie che hai scritto alla fine del capitolo 1, quella con la verifica più facile, e la risolviamo insieme dall’inizio alla fine: la cartella, il foglio di istruzioni, la richiesta fatta bene, il primo tentativo che non va come deve, e la cosa che alla fine funziona e che da domani ti risparmia un pezzo di settimana.
Non sarà il prossimo Facebook. Sarà una cosa piccola, tua, e che nessuno avrebbe mai messo in vendita perché serve a te e ad altre quattro persone al mondo. Quelle sono le cose che cambiano le giornate.